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Sintetizzatori modulari

 

Il primo tentativo di generare musica con attrezzature elettroniche risale agli anni ’50 e va ascritto agli ingegneri statunitensi Harry Olsen e Helbert Belar che, nel 1952, diedero alla luce l’RCA Mark Synthesizer.
Ispirati dal saggio A Mathematical Theory Of Music, pubblicato nel 1949, i due
ingegneri lavorarono per anni alla creazione di una macchina elettronica capace di generare suono sulla base di algoritmi probabilistici: il risultato fu un sintetizzatore dotato di ben dodici oscillatori, per lo più impiegato a fini sperimentali nei Princeton Laboratories della RCA.
L’idea che spinse a questa ricerca fu creare una macchina in grado di applicare variazioni random a un gruppo di canzoni pop, al fine di produrre nuovi brani che fossero ascoltabili e vendibili.
Neanche a dirlo, tale progetto non fu mai portato a termine, ma il sintetizzatore che ne derivò servì da stimolo per numerosi compositori e progettisti elettronici degli anni ’50.

Dieci anni più tardi, un certo Robert Moog, forte della sua esperienza nella costruzione di Theremin con circuito a transistor, decise di costruire strumenti musicali sempre più complessi.
Nel tempo, questo progetto portò alla nascita del sintetizzatore modulare Moog, una vera e propria rivoluzione tecnologica che cambiò per sempre la storia della musica.
synth di Moog, basati sulla sintesi sottrattiva,furono progettati in stretta collaborazione con una serie di musicisti, tra cui i compositori Herbert A. Deutsch, Walter (ora Wendy) Carlos e il tastierista degli Emerson Lake and Palmer, Keith Emerson. In questo modo, Moog riuscì a sviluppare strumenti capaci di adattarsi alle esigenze del musicista e non solo a quelle di un ricercatore da laboratorio: ogni particolare costruttivo e sonoro di questi synth lasciò un segno indelebile nella storia della discografia, a iniziare dal leggendario filtro passa basso proprietario a transistor.
Non a caso, album come Switched On Bach di Carlos furono interamente registrati utilizzando un sistema modulare Moog.
Dato l’eccessivo costo di tali strumenti, pochi erano i fortunati a potersene permettere uno.
Tra questi, alcune università statunitensi che lo usavano per scopi didattici e pochi musicisti, tra cui i Beatles e Mick Jagger.
Tecnicamente, la grande innovazione introdotta da Moog riguardò il Control Voltage, ossia la possibilità di pilotare i vari parametri dei moduli tramite una tensione elettrica generata da dispositivi dedicati.
Questo voltaggio era distribuito via cavi jack da ¼”, utilizzati anche per gestire il routing del segnale audio in tutto il sistema.
Tale aspetto costituisce la peculiarità dei modulari Moog, che non presentano circuiti pre-cablati al loro interno: i moduli devono essere connessi manualmente di volta in volta, secondo le esigenze del programmatore.
Inoltre, per la natura stessa degli strumenti, le specifiche dei sistemi in produzione potevano essere modificate in base alle esigenze del cliente.
La tecnologia dei modulari Moog, capaci di raggiungere la grandezza di intere pareti, fu ben presto ripresa da aziende più grandi al fine di creare sintetizzatori più semplici ed economici.

Contemporaneamente alla comparsa dei sistemi Moog, Donald Buchla investì fondi e donazioni in arrivo dalla Rockfeller Foundation per progettare e costruire i suoi primi sintetizzatori: l’ispirazione per il nome del marchio, San Francisco
Tape Music Center, arrivò dallo studio di Morton Subotnik, musicista d’avanguardia che commissionò a Buchla la realizzazione dei suoi sistemi modulari.
A differenza di Moog, Buchla sviluppò i suoi prodotti circondandosi di artisti
non convenzionali.
Tra questi c’è anche la pianista italoamericana Suzane Ciani, che ci lascerà meravigliose composizioni realizzate esclusivamente con sistemi Buchla. Rispetto ai severi Moog, gli strumenti creati da Buchla si rivelarono innovativi e sperimentali sia nel funzionamento sia nel design: tastiere a controllo tattile, sequencer, random voltage generator, function generator e matrix mixer sono solo alcuni dei moduli più innovativi che Buchla introdusse nel mondo della sintesi.
Questo nuovo arrivo sul mercato portò, negli Stati Uniti, alla formazione di due grandi correnti di pensiero: nella East Coast gli ordinati moduli neri di Moog influenzeranno diverse aziende nascenti, come ARPInstruments.
Nella West Coast, invece, i bizzarri e visionari moduli Buchla ispireranno i lavori
di Serge.

Dall’inizio degli anni ’70, si registrò una crescita esponenziale del numero di aziende che proponevano sistemi modulari e semimodulari.
Il primo a iniziare la produzione di sintetizzatori di stampo Buchla fu Serge Tcherepnin che, dopo aver studiato musica e fisica a Harvard e Princeton, nel
1975 fondò la sua compagnia a West Hollywood.
In realtà, molti moduli della compagnia californiana furono pensati, progettati e costruiti presso il California Institute Of The Art, dove Tcherepnim insegnava
Composizione Elettronica.
La leggenda narra che gli studenti riuscissero a pagarsi un sistema Serge Modular
assemblando moduli destinati alla vendita.
I sintetizzatori Serge erano molto complessi e permettevano di creare timbriche particolari e ricche di armoniche, con strutture ritmiche sempre cangianti. Inoltre, rispetto ai grandi sistemi Moog e Buchla, tali prodotti vantavano un ottimo rapporto dimensioni/prestazioni, che li rendeva facilmente trasportabili.
Questa innovazione fu possibile grazie all’utilizzo dei banana plug, particolari connettori che potevano essere impilati in serie per moltiplicare il segnale, eliminando la necessità di moduli di moltiplicazione.
Dagli anni ‘70 a oggi, Serge produrrà ben 60 moduli diversi, tutti compatibili tra loro.
Negli stessi anni, Alan Robert Pearlman fondò l’ARP Instruments, che introdusse sul mercato due prodotti: un grande modulare in stile Moog denominato ARP 2500 e il più piccolo e semplificato ARP 2600.
In quest’ultimo, tra l’altro uno dei primi sistemi semimodulari, i circuiti erano racchiusi in un unico case di alluminio, il pannello era serigrafato frontalmente e riportava lo schema di routing del segnale.
Nel synth erano anche compresi due speaker e un sistema di riverberazione a molla.
ARP 2600 fu in commercio dal 1971 al 1981, anno in cui l’azienda dovette chiudere, dichiarando bancarotta a fronte delle enormi spese affrontate per lo sviluppo di ARP Avatar, un prodotto che non ebbe mai successo.

La febbre del modulare dilagava in tutto il mondo.
In Inghilterra, il compositore e ingegnere elettronico Peter Zinovieff fondò la EMS Ltd, che sviluppò macchine tra le più innovative nel panorama elettronico del tempo.
Il VCS3 (Voltage Controlled Studio Versione 3) fu senza dubbio il progetto più famoso della EMS, utilizzato anche per la storica On The Run dei Pink Floyd.
Il synth presentava una struttura molto semplice: tre oscillatori, un unico filtro low pass, un generatore di trapezoidi che fungeva da inviluppo, un generatore
di sample & hold e uno di noise, un ring modulator e un’unità di riverbero.
Il sintetizzatore, progettato da David Cockerell, utilizzava una matrice di assegnazione a pin per gestire il routing, nonché un joystick X/Y per modulare più parametri contemporaneamente.
Il tutto era racchiuso in un compatto case in legno.
Nel 1969, il costo del VCS3 era di appena £ 330, una somma irrisoria se paragonata agli investimenti necessari per l’acquisto di un sistema Moog o Buchla.
Il modello portatile del VCS3, chiamato Sinthi A, offriva la stessa circuiteria di VCS3 racchiusa in una piccola valigetta.
Alcuni modelli erano, inoltre, dotati di una tastiera di vetro tattile.
Infine, non si può parlare di EMS senza citare il mastodontico Synthi 100, prodotto in pochissimi esemplari e grande quanto una console a 60 canali. Ancora oggi, la EMS produce una linea di sintetizzatori e vocoder a prezzi quasi proibitivi.

In Giappone, Roland e Korg si diedero da fare per realizzare sintetizzatori
modulari potenti ma economici, con l’obiettivo di sconfiggere la concorrenza
dei padri fondatori statunitensi.
Nel 1972, Roland Corporation presentò il primo sintetizzatore giapponese: SH1000, un monofonico a tastiera, compatto ed economico.
Nel 1976 arrivarono a listino ben due modulari con target differenti.
Il primo, System 700, era un imponente sistema di stampo Moog destinato al mercato di alto livello.
System 100, invece, era un più piccolo ed economico sistema casalingo disponibile in versione semimodulare espandibile a blocchi (System 100) o interamente modulare (System 100m).
Il modello System 100 del 1976 era costituito dai moduli synth (con tastiera
a 37 tasti), expander, mixer, sequencer, monitor, unità di riverbero, phaser
stereo ed equalizzatore grafico.
La versione System 100m racchiudeva gli stessi circuiti in moduli più piccoli, che dovevano essere collocati nell’apposito case alimentato.
Nel frattempo, Korg concentrò l’intera produzione sui sistemi semimodulari e, nel ’75, introdusse la fortunata serie monofonica MS, che comprendeva due synth a tastiera di stampo Moog.
MS10 e MS20 disponevano, rispettivamente, di uno e due oscillatori ed erano controllabili in voltaggio tramite cavi da ¼”.
Il timbro era simile a quello Moog, ma le caratteristiche del filtro rendevano
il suono Korg molto più freddo e aggressivo.
La serie MS era completata dal potente modulare MS50, oltre che da un sequencer (SQ10) e un vocoder(VC10).
La vera innovazione di casa Korg fu la serie PS, lanciata nel 1977, che comprendeva PS3100 e PS3300, due progetti basati su sintesi polifonica assai ambiziosi se riferiti alle conoscenze tecniche dell’epoca.
PS3100 era un sintetizzatore polifonico modulare analogico: i circuiti VCO, VCF, VCA ed EG erano a disposizione di ogni singolo tasto del sintetizzatore, per un totale di 48 circuiti di sintesi.
Il synth includeva, inoltre, un ring modulator, un tremolo e tre filtri risonanti che rendevano il timbro spettrale ed etereo: proprio per le sue peculiarità sonore, il circuito di questo filtro sarà poi riprodotto nei vari formati modulari moderni.
I moduli del synth erano patchabili attraverso un sistema proprietario Korg, che rendeva questo strumento uno dei polifonici più complessi dell’epoca.
La serie PS non ebbe la fortuna sperata, a causa sia delle grandi dimensioni sia del complesso sistema di modulazione sia, ancora, per l’arrivo sul mercato di nuovi synth polifonici come il famigerato Sequential Circuits Prophet 5.

Entrando nel vivo degli anni ’80, l’elettronica compiva rivoluzionari passi avanti,
come l’introduzione dei circuiti integrati dei chip CEM, nonché degli SSM (Solid
State Music) E-MU.
Questi particolari chip, prodigi della tecnica, riuscivano a riprodurre i vari circuiti dei sintetizzatori in un unico ed economico chip di silicio: in questo modo, in una singola scheda si poteva ricreare un’intera voce monofonica, a tutto vantaggio della progettazione di synth polifonici sempre più potenti.
In poco tempo, questo nuovo approccio costruttivo fu sfruttato da molte aziende, che diedero vita a quelli che saranno ricordati come i migliori synth polifonici di sempre.
Qualche esempio? Sequential Circuits Prophet 5 rev 1 e 2, Korg MonoPoly, PPG Wave 2.2, Korg PolySix, tutti basati su chip SSM.
Elka Synthex, Moog Memory Moog, Oberheim OB8 e Matrix 12, Roland Jupiter 6 e 8, tutti equipaggiati con chip CEM.
Grazie a questo cambiamento, il sintetizzatore passò dall’essere utilizzato da una ristrettissima cerchia di artisti a essere strumento cardine per la produzione di musica pop.
Nonostante il trend del momento fossero i synth polifonici, in Europa resisteva ancora il culto del modulare.
All’inizio degli anni ’80, la piccola azienda olandese Synthon sviluppò Synthon 3000, un grosso sistema di stampo classico.
Con una sapiente manovra di mercato, la distribuzione del Synthon negli Stati Uniti fu affidata a Moog.
Dobbiamo anche ricordare che Karlheinz Stockhausen, celeberrimo compositore tedesco, fu uno dei primi acquirenti di un sistema Synthon 3000.
Verso la fine della decade fece il suo ingresso sul mercato il Digisound 80, considerato l’ultimo dei modulari vecchia scuola.
Anche nei circuiti di questo sintetizzatore di origine inglese troviamo moduli basati su chip SSM e CEM.
Digisound 80 è ancora oggi ricordato per le sue potenzialità timbriche e i suoi incredibili oscillatori digitali basati su convertitori a 8 bit, i primi ad apparire su un
sistema modulare.
Alla fine degli anni ’80, l’epopea del modulare analogico sembrò essere arrivata
a un momento di stallo, offuscata dall’avvento della neonata tecnologia digitale, che ancora una volta cambiò le regole del gioco nell’ambito della sintesi sonora. Un solo nome spazzò via tutto l’analogico di vent’anni all’inizio degli anni ‘80: lo storico Yamaha DX 7 diede il via alla nuova ondata di sintetizzatori digitali.
Questo strano strumento, con operatori FM difficilissimi da editare, rapì il cuore
di molti musicisti e, in pochi anni, divenne un must in tutto il mondo.
DX7 aprì la strada alla sperimentazione digitale e le aziende leader, intuendone il potenziale, cominciarono a produrre sintetizzatori ibridi digitali analogici e poi
solo digitali.
Non c’era più spazio sul mercato per sintetizzatori analogici o modulari. Semplicemente non c’era interesse sufficiente per giustificare investimenti nei
synth modulari.
Quando apparse sulle scene la prima workstation Korg M1, i tastieristi si gettarono sul nuovo concetto di workstation.
In quegli anni, tutti i musicisti erano alla ricerca delle meravigliose workstation digitali e si liberavano con leggerezza degli ormai obsoleti e superati Minimoog e Prophet 5.
Queste macchine, allora svalutate e svendute, sono oggi al centro del mercato vintage.

Inaspettatamente, a metà anni ’90 ci fu una vera e propria rinascita dei modulari, con nuovi e vecchi marchi che si affacciarono sul mercato proponendo formati e standard operazionali innovativi.
Ricordiamo innanzitutto Buchla, che dopo anni di silenzio ritornò sul mercato con
la 200e.
Questa serie di moduli conservava lo spirito classico del full analog, strizzando però l’occhio alle neonate tecnologie digitali con l’introduzione del supporto
MIDI e della possibilità di salvare e richiamare preset con i vari parametri dei moduli.
I prezzi, però, rimasero molto alti e difficilmente accessibili.
Nel frattempo, in casa Moog ci fu un vero e proprio ritorno alle origini: tra il ’95 e il ’96 lo statunitense Don Martin produsse sotto licenza una serie limitatissima di moduli Moog Modular.
Non si trattava di cloni, quanto di veri e propri Moog, con tanto di schede e pannelli con il logo originale stampato.
La componentistica impiegata era tutta NOS, come quella usata nei progetti degli anni ‘60.
I Moog Don Martin avevano anche gli stessi nomi degli originali e si distinguevano soltanto per l’aggiunta del numero nove: l’oscillatore Moog 901, ad esempio, diventò Moog 9901.
L’interesse cominciava di nuovo a crescere: dopo anni di suono digitale, il ritorno all’analogico, meglio ancora modulare e controllato digitalmente, apriva strade sonore creative.

Nel 1996, l’azienda texana synthesizers.com, fondata da Rogger Arrick, si cimentò nella produzione di cloni Moog Modular.
Nonostante la somiglianza tecnica, però, i moduli non erano compatibili con gli originali a causa del diverso sistema di alimentazione.
Nel 1998, Paul Schreiber fondò Synthesis Technology che, in breve tempo, elaborò il formato MOTM: cinque unità rack e 15 V di alimentazione.
Anche i moduli di Paul Schreiber si ispiravano allo stile Moog: l’azienda ne mise sul mercato una buona varietà, sia classici sia di nuova concezione, tutti accomunati dall’ottima qualità costruttiva e a volte disponibili anche in kit di montaggio.
I moduli realizzati dalle aziende citate erano identificati dagli appassionati
come MU, che sta per Moog Unit, e sono in produzione ancora oggi: i prezzi
non sono proibitivi, tanto che un modulare di medie dimensioni in formato
Dotcom si può portare a casa con circa € 2.000, qualcosa in più per un MOTM.
Proseguendo con l’evoluzione dei formati a 5 unità incontriamo MODCAN (MODular CANada) di Bruce Ducan.
La prima serie di moduli, denominata MODCAN A, utilizzava i banana jack e, come i Serge, proponeva una codifi cacolore per dividere i vari segnali (CV, Audio, Trig, Gate).
Nel 2005, l’azienda produsse la nuova serie MODCAN B, che passò al formato MOTM introducendo un nuovo design e un irresistibile pannello bianco.
Da pochi anni, il marchio canadese produce anche moduli di eccelsa qualità in formato Eurorack: se volete un sistema in formato MU di qualità con qualche tocco innovativo (vedi moduli digitali), MODCAN B vi consente di creare un sistema base rimanendo in un budget di € 5.000.

Nel 1995, la tedesca Doepfer Musikelektronik GmbH mise in commercio il suo primo sistema modulare: Doepfer A-100.
La mente del progetto è Dieter Doepfer, collaboratore di uno dei gruppi di musica elettronica più importanti di sempre, i Kraftwerk.
A-100 era un sistema compatto, innovativo e totalmente analogico, della grandezza di tre unità rack e capace di lavorare con cavetti minijack da 1/8” e alimentazione a 12 V.
I moduli erano costruiti con un elegante pannello in alluminio e s’ispiravano tecnicamente ai grandi classici Moog.
Oggi, Doepfer conta più di 130 moduli in listino e svariati accessori per la costruzione di case in quello che è definito formato Eurorack, definito tecnicamente proprio dal primo A100.
Poco dopo, il primo a credere nelle potenzialità del formato Eurorack fu il produttore Analogue System (1998).
L’azienda nacque riprendendo i grandi classici della sintesi sottrattiva (presenti
anche su listino Doepfer) cui aggiunse una serie di novità come il VCO RS 95e, basato sullo schema di EMS VCS3, e un frequency shifter basato sul classico schema Bode.
Menzioniamo brevemente anche FRAC, un altro formato a tre unità rack introdotto da PAIA, azienda americana specializzata in synth modulari low-cost. FRAC si basa su un sistema a minijack ma, a differenza del più famoso Eurorack, utilizza un’alimentazione a 15 V.
Di tutti i formati menzionati, Eurorack è oggi quello più utilizzato dai produttori di
moduli.
Esso presenta una serie notevoli vantaggi, tra cui prezzo e dimensioni compatibili anche con sistemi live.

Un’altra rivoluzione nella storia dei modulari arriva nel 2005, con l’arrivo di LiveWire e Plan B, due innovativi produttori.
LiveWire Electronics, fondata dal visionario Mike Brown, introdusse moduli totalmente nuovi sia nell’approccio alla costruzione della patch, sia nella concezione e nel design.
Tra i prodotti Brown non possiamo non menzionare l’Audio Frequency Generator (AFG), un complesso oscillatore unico nel suo genere che, oltre alle classiche forme d’onda, offre una sezione chiamata Harmonic Animation.
Questa permette di applicare complesse modulazioni per Pulse Width e Phase Position dell’onda, creando un effetto molto simile all’unisono di più oscillatori in detune: si tratta di un vero mostro analogico, consigliassimo per gli appassionati di drone music.
Un altro modulo tanto affascinante quanto bizzarro è il Dual Cyclotron, un complesso generatore di modulazioni composto di due LFO interconnessi.
Nella presentazione ufficiale, questo modulo è descritto come modulatore di voltaggio extraterrestre.
Plan B, creata da Peter Grenader verso la fine degli anni ‘90, propose invece sul mercato moduli che richiamavano schemi sperimentali di stampo Buchla e Serge. Oggi, tra i più ricercati dagli appassionati ci sono il Model 15, un potente oscillatore famoso per le sue capacità in FM, e il dual low pass gate a vactrol (Model13) ispirato al classico low pass gate Buchla.
Della nuova scuola è opportuno ricordare anche Make Noise Music di Tony Rolando e Tip Top Audio.
Make Noise è oggi il marchio leader del settore Eurorack: tra i suoi moduli più innovativi, che vantano forti richiami ai sistemi Buchla 200, menzioniamo l’Echophone (Echo-Pitch Shifting DSP) sviluppato da Tom Erbe della Sound Hack. Merita una menzione anche Dual Prismatic Oscillator (DPO), un doppio oscillatore
full analog ispirato al Buchla 259 Complex Waveform Generator e dotato di una complessa sezione di waveshaping e folding.
Il DPO permette di ottenere il classico suono Buchla senza dover affrontare spese impegnative.
Tip Top Audio approda sul mercato con il VCO Z3000, un vero best seller, e con il complesso sistema DSP Stereo Z-DSP, un’unità di effetti stereo completamente pilotabile via CV.
In seguito, Tip Top Audio propone una serie di moduli Drum, cloni delle Roland TR808 e TR909: il progetto riscuote un successo clamoroso, rilanciando il marchio nel mondo dei producer dance.

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